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from the September 2016 issue

Barbie

L’ho fatto anche oggi: mi sono svegliata, ho preparato la colazione, li ho guardati bere e mangiare, li ho lavati e vestiti, li ho portati all’asilo, sono tornata a casa, ho preso il sari, i sandali, il rossetto, il kajal, lo struccante, gli anelli, i bracciali, la fascia e la Barbie. Li ho messi nella borsa. E sono uscita.

Scelgo sempre un bar diverso, nel lungo tragitto che mi porta da Lambrate alla Bovisa. Preferisco camminare, indipendentemente dal tempo. Non ho fretta: le quattro meno un quarto arrivano lentamente, sono solo le dieci.

Appoggio i tacchi sull’asfalto, controllo nelle vetrine il mio profilo fasciato dai jeans e dalla canottiera. Mi guardo con un occhio sbieco, di finta indifferenza. Li porto ancora bene i miei quarantotto anni, nonostante il parto gemellare. Mi avevano detto che era rischioso: non mi avevano detto né perché né quanto. Mi avevano detto solo: non hai l’età, sei troppo vecchia. Io mi sentivo giovane, e volevo dargli un figlio. Me ne bastava uno, ne voleva uno.

Sono nati Ashima e Sandip, che presto diventeranno Paola e Luigi. Ho chiesto al tribunale di cambiare i loro nomi, per non compromettere la loro vita. Gli altri non li prenderanno in giro, e loro non si sentiranno né diversi né sbagliati. Semplicemente uguali, integrati. Sono io quella che si fa chiamare Patmini, esotica come un incenso. Mentre mi chiamo Mina, dannosa come un esplosivo.

Bar Accone: neanche a farlo apposta. Mi sembra il luogo migliore dove entrare, per indossare i miei abiti di scena. Ordino un cappuccino e una brioche. Non bevo e non mangio mai davanti ad Ashima e Sandip. È come se bevessi il loro latte e mangiassi i loro biscotti, mentre li vedo assumere liquidi e solidi. E come se bevessi e mangiassi loro, è come se mi sostituissi a loro. Loro sono belli e felici. Loro sono in due. Io sono bella e triste. Io sono sola, senza di loro. Quando loro non ci sono, sfogo la mia rabbia. Per ritornare immediatamente nei panni, puliti e stirati, perfetti, della mamma solida, serena, disponibile e affettuosa, appena loro ci sono. Non deve recargli alcun danno, mamma Mina.

Pago e chiedo: «Dov’è il bagno?»

«In fondo a sinistra», mi risponde una ragazza talmente concentrata su se stessa da farmi sentire libera di essere qualsiasi cosa.

In questo posto devo tornarci, facendo un’eccezione: scelgo sempre un bar diverso, nel lungo tragitto che mi porta da Lambrate alla Bovisa. L’eccezione conferma la regola.

Entro in bagno. Mi sfilo la canottiera, i jeans e i tacchi. Indosso il sari, i sandali e mi lego i capelli in una treccia. Con il rossetto mi dipingo la tika. Con il kajal mi marco gli occhi. Mi appendo due enormi anelli alle orecchie e uno, più piccolo, al naso. Mi infilo una decina di bracciali ai polsi. Appena mi muovo tintinno come un lampadario a gocce percorso da folate di vento. Metto la fascia a tracolla e ci infilo dentro la Barbie. Come se fosse una neonata. Saluto la barista, che alza la testa e dice «Buongiorno»: mi guarda e non mi vede.

In questo posto devo tornarci, facendo un’eccezione. L’eccezione conferma la regola. Tutti abbiamo bisogno di regole, e di essere regolati.

Mi fermo al primo incrocio, di fianco al semaforo. E mi comporto esattamente come lui: rosso sto immobile e zitta, giallo attendo, verde mi agito e urlo: «Troia di una bambola!»

Poi di nuovo rosso, giallo, verde: «Troia di una bambola!»

A volte mi agito e urlo di più, a volte mi agito e urlo di meno. A volte mi annoio o, peggio, mi distraggo. A volte mi capita di urlare e di agitarmi quand’è rosso, e queste sono cose che non dovrebbero succedere. Tutti abbiamo bisogno di limiti, e di essere limitati.

La gente passa, mi osserva, fa a finta di niente oppure scuote leggermente la testa. Qualcuno ride. Qualcuno mi spinge. Qualcuno mi sputa addosso. Io, se è rosso, rimango immobile e zitta. Se è giallo attendo. Se è verde mi agito e urlo: «Troia di una bambola!»

Alle due e un quarto mi incammino verso casa, non voglio arrivare tardi all’asilo. So cosa vuol dire aspettare qualcuno e non vederlo arrivare. Il ritardo è l’anticamera dell’abbandono.

La prima volta che è andato in India aveva diciotto anni. Era uno studente dichiarato maturo. Si era messo uno zaino militare in spalla e delle scarpe da ginnastica ai piedi. Era il ’68. Non cercava la rivoluzione sociale ma il cambiamento individuale. Voleva perdersi per ritrovarsi: frase suggestiva, qualsiasi cosa voglia dire. Era partito con una guida e con una cartina: se uno vuole perdersi per ritrovarsi è meglio che porti con sé una guida e una cartina.

Smarrirsi sì, ma senza esagerare. Tutti abbiamo bisogno di regole, di limiti e di punti di riferimento: io ho il semaforo, lui aveva la guida e la cartina. D’altronde era uno studente dichiarato maturo. Un maggiorenne. Uno che poteva votare a sinistra, scopare con tutte e partire da solo. Era per il sesso sociale e per il viaggio individuale.

Con lo zaino militare, le scarpe da ginnastica, la guida e la cartina si era perso e ritrovato a Bombay. Circondato da traffico, fatiscenza, rumori, mosche, odori e mendicanti. Tutto lo incantava. Elargiva soldi e sorrisi, cercando di assorbire povertà e amore: estratti di spiritualità locale. Si spostava con i mezzi pubblici, dormiva in alberghi economici, mangiava in posti popolari. Controllando la guida e la cartina. Con il suo zaino militare in spalla e le sue scarpe da ginnastica ai piedi.

Era rientrato a Milano a settembre, in autostop-pullman-treno: soffrendo il caldo e la fame, rinunciando al suo volo intercontinentale con aria condizionata e cibo internazionale. Si era iscritto ad Architettura: frequentava i corsi, andava alle manifestazioni, ascoltava i professori, partecipava ai dibattiti, dava gli esami e organizzava le occupazioni con lo stesso entusiasmo e la stessa soddisfazione.

Era uno studente e un militante modello. Brillante. Sempre in prima linea. E ogni anno durante le vacanze, estive e invernali, andava in India. Per fare l’indiano, a tempo determinato: quando tornava a casa, nell’abitazione signorile dei genitori, riprendeva gli studi e la politica sentendosi ogni volta ripulito e rinnovato, nel corpo e nella mente.

Era diventato un famoso designer, dall’aurea mistica e dai progetti concreti. Aveva cinquant’anni, dieci più di me, quando l’ho conosciuto. Mi chiamava Kali, come la dea della distruzione, che è anche la moglie di Shiva.

«Mi chiamo Mina, esotica meno ma dannosa uguale. Mi faccio chiamare Patmini, dannosa meno ma esotica uguale», gli avevo spiegato.

Era affascinato dall’India: io rappresentavo la sua succursale italiana, facilmente accessibile. Niente viaggi intercontinentali, aria condizionata e cibo internazionale. Gli bastava prendere un taxi invece che un risciò, e immergersi nel traffico di Milano: poco meno caotico di quello di Bombay. Gli bastava scendere in via Conte Rosso, e salire a piedi quattro piani di fatiscenza, rumori, mosche, odori e mendicanti. E trovare me: in un appartamento di ringhiera di quaranta metri quadri, soppalcati. Sopra il letto e sotto la cucina, di fianco all’unica porta utilizzata anche come finestra c’era il mio telaio, su cui intrecciavo stoffe che dell’India avevano i colori e i decori. Creavo tessuti per l’abbigliamento e per la casa, venduti nella più esclusiva boutique tessile della città, con l’etichetta “Made in India”. Che “Fatte in Italia” non è glamour, pare.

Ci siamo incontrati in un bar sui navigli, all’ora dell’aperitivo. Mentre lui non staccava gli occhi dalla mia canottiera, dai miei jeans e dai miei tacchi e io non staccavo gli occhi dal mio cocktail, cercando di affogare nell’alcol i discorsi della proprietaria della più esclusiva boutique tessile della città.

«Diciamo che le tue stoffe sono state prodotte dalle bambine orfane di Madras», affermava.

«“Prodotte dalle bambine orfane di Madras” è più glamour di “Realizzate da un’artigiana di Milano”», spiegava.

Bevevo e affogavo. Mi ha salvata lui, quando mi sono avvicinata al bancone per chiedere un altro gin-tonic.

«Posso offrirglielo io?», mi ha chiesto.

Ho risposto «Sì» soprappensiero.

«Posso chiederle come si chiama?»

Ho risposto «Sì» soprappensiero.

«E, dunque, come si chiama?»

Ho risposto «Patmini» soprappensiero.

«Come un incenso?», mi ha chiesto.

«È più glamour di Mina», ho risposto.

L’ho guardato negli occhi, e il mio pensiero è affondato nel suo corpo.

Sembrava un ragazzo, mentre era un uomo. Sorrideva come un adolescente e mi osservava come un anziano. La proprietaria della più esclusiva boutique tessile della città si è alzata, ci ha raggiunti e se ne è andata: «Aspetto la nuova collezione entro fine mese», ha decretato.

«Quale collezione?», mi ha chiesto l’adolescente anziano.

«Quella prodotta dalle bambine orfane di Madras, realizzata da un’artigiana di Milano», gli ho risposto.

Mi ha parlato del suo amore per l’India. Gli ho detto che sono indiana ma che non lo sono più. Non mi ha capita.

Ci siamo baciati nella sua jeep e ci siamo scopati nel suo loft. Io ho avuto l’adolescente anziano, che riusciva a tenermi per più di due ore sul filo dell’orgasmo, sorridendomi con leggerezza e osservandomi con intensità. Lui ha avuto la succursale italiana dell’India. Voleva creare altre sedi, così sono nati Ashima e Sandip.

«Chiamiamoli Paola e Luigi», gli ho detto.

«Non se ne parla: li chiameremo Ashima e Sandip», mi ha risposto.

Ashima e Sandip si chiamano adesso, prima che il tribunale accolga la mia richiesta e diventino Paola e Luigi.

Ho trasformato l’appartamento di ringhiera di quaranta metri quadri soppalcati nel mio atelier, dove realizzavo stoffe Made in India, prodotte dalle bambine orfane di Madras, vendute a prezzi da capogiro nella più esclusiva boutique tessile della città. E mi sono trasferita nel suo open-space in Brera, dove tutto era a vista: dai mattoni delle pareti all’arredo della casa. L’unico angolo di privacy lo trovavi chiudendoti nel bagno. Facevamo feste a base di stupefacenti e preparavamo cene con ingredienti biologici. Tiravo cocaina e mangiavo seitan, desiderando una sigaretta e una bistecca. Ma il tabacco e la carne non erano glamour.

Facevo tutto quello che voleva lui, senza chiedermi se lo volevo anch’io. Ero sempre soprappensiero, con il pensiero affondato nel suo corpo. Dipendente dal suo corpo di adolescente anziano che riusciva a tenermi per più di due ore sul filo dell’orgasmo, sorridendomi con leggerezza e osservandomi con intensità.

Di volontà ce n’era una sola, la sua. Seguirlo era il mio modo di amarlo.

«Voglio un figlio», mi ha detto.

Sono rimasta incinta.

«Sono due, femmina e maschio», gli ho sussurrato.

«Maschio e femmina», ha ribattuto.

«Come faremo?», gli ho domandato.

«Faremo cosa?», mi ha chiesto.

«Ad allevarli?»

«Faremo», mi ha detto. Ha detto: «Faremo», plurale. Non ha detto: «Farai», singolare.

Potevo seguirlo ancora, dunque.

Mi immaginavo una tata che era anche una colf: una donna a mia completa disposizione, 24 ore su 24. Sempre aperta come un supermercato, a cui puoi chiedere qualsiasi cosa: tanto è in vendita, basta poter pagare. E noi la potevamo pagare, una tata-colf a mia completa disposizione, 24 ore su 24.

Invece mi ha detto: «Smetti di lavorare e fai la mamma», a completa disposizione di Ashima e Sandip, 24 ore su 24. La tata-colf ero io.

Abbiamo appoggiato una doppia culla in vimini ai piedi del futon matrimoniale in cocco. Il suo corpo non regalava piacere al mio, non mi sorrideva e non mi osservava, e io non ero più soprappensiero. E non sapevo come e dove seguirlo.

Ashima e Sandip piangevano e cagavano. Dovevamo calmarli e cambiarli. Il loft si incasinava e si sporcava. Dovevamo riordinarlo e pulirlo. Ma lui non li calmava e non li cambiava, non riordinava e non puliva: fumava ganja e ideava oggetti, chiuso e protetto nel suo silenzioso e immacolato studio, alla Bovisa. Non potevo più seguirlo, dunque. Dovevo percorrere una strada diversa.

E mentre li calmavo e li cambiavo, e mentre riordinavo e pulivo, senza seguirlo, è rimasto soggiogato da una ragazzina americana bianca e bionda, di neanche ventiquattro anni, la succursale di una Barbie. E della sua giovinezza. Troia di una bambola.

Li calmavo e li cambiavo, riordinavo e pulivo. Mi affacciavo all’immensa finestra, e guardavo fuori. Aspettavo di vederlo arrivare. Prima arrivava alle diciassette, poi arrivava alle diciotto, poi arrivava alle diciannove, poi arrivava alle venti. Poi è arrivato alle ventuno: «Sono in ritardo», si è scusato.

Ashima e Sandip dormivano, ha cenato con me senza sorridermi e senza osservarmi.

«Amo un’altra», mi ha detto.

«Chi è?», ho chiesto.

«Una stagista, non la conosci.»

«Quanti anni ha?»

«Neanche ventiquattro.»

«È indiana?»

È scoppiato a ridere.

«È indiana?»

«È americana, bianca e bionda.»

Non rideva più.

Alle ventidue ho indossato il sari, i sandali e mi sono legata i capelli in una treccia. Con il rossetto mi sono dipinta la tika. Con il kajal mi sono marcata gli occhi. Mi sono appesa due enormi anelli alle orecchie e uno, più piccolo, al naso. Mi sono infilata una decina di bracciali ai polsi. Appena mi muovevo tintinnavo come un lampadario a gocce percorso da folate di vento. Ho messo la fascia a tracolla e ci ho infilato dentro la Barbie. Come se fosse una neonata.

«Tu ami me», gli ho detto. «Lei», e ho tirato fuori la Barbie dalla fascia tirandola su per il collo, «lei potrebbe essere nostra figlia.»

«Amo lei», mi ha detto, sorridendo con leggerezza e osservando con intensità la Barbie.

Mi sono agitata e ho urlato: «Troia di una bambola!»

Ha bevuto un sorso di vino, ha riappoggiato il bicchiere sul tavolo, si è pulito la bocca con il tovagliolo, si è alzato e se ne è andato. Mi sono affacciata all’immensa finestra, e ho guardato fuori.

Aspettavo di vederlo arrivare. Non era in ritardo: ci aveva abbandonati.

Ho festeggiato il loro primo compleanno da sola, e ho preparato per loro due piccole torte: una con una candelina rosa e la scritta “Paola” e l’altra con una candelina azzurra e la scritta “Luigi”. Mi sono accesa una sigaretta e mi sono cotta una bistecca. Il giorno dopo sono tornata con Ashima e Sandip nel mio appartamento di ringhiera di quaranta metri quadri, soppalcati. Ho portato su il telaio e ho messo giù il materasso, dove adesso dormiamo tutti e tre.

Ogni mese sul mio conto lui, l’adolescente anziano, versa cinquemila euro. Che non mi permettono di agitarmi e di urlare: «Troia di una bambola!». Ma che mi permetterebbero di non lavorare e di trasferirmi altrove, oltre che di prendere una tata-colf a mia completa disposizione, 24 ore su 24. Ma voglio fare la mamma, vivere in questa casa e lavorare a telaio.

Voglio agitarmi e urlare: «Troia di una bambola!»

Alle due e un quarto mi incammino verso casa, non voglio arrivare tardi all’asilo. So cosa vuol dire aspettare qualcuno e non vederlo arrivare. Il ritardo è l’anticamera dell’abbandono.

Entro in un bar, un altro. Chiedo un gin-tonic, lo scolo tutto d’un fiato. Il barista mi guarda con un occhio sbieco, di finta indifferenza. In questo posto non devo più tornare.

Pago e chiedo: «Dov’è il bagno?»

«È fuori servizio.»

Ansia. Mi agito e urlo: «Troia di una bambola!»

Il barista esce dal bancone, mi si avvicina e mi butta fuori. Sono di nuovo di fianco a un semaforo.

È rosso, sto immobile e zitta. È giallo, attendo. È verde, mi agito e urlo: «Troia di una bambola!» Ma sono soprappensiero. Sento le sirene della polizia.

L’auto inchioda davanti a me, escono un uomo e una donna, mi caricano sulla macchina e mi fanno sedere dietro. Mi guardano dallo specchietto retrovisore, con un occhio sbieco, di finta indifferenza.

Mi portano in commissariato, vestita con i miei abiti di scena.

«Documenti, prego.»

Appoggio sul tavolo la mia carta d’identità. Cognome: Lahiri. Nome: Mina. Nata il: 03/08/1960. A: Milano. Cittadinanza: Italiana. Residenza: Milano. Via: Conte Rosso n. 7. Stato civile: Libera. Professione: Artigiana. Statura: 1,72. Capelli: Neri. Occhi: Verdi.

L’uomo mi guarda con un occhio sbieco, di finta indifferenza.

«Lei è cittadina italiana»: è un’affermazione, ma ha il tono della domanda.

«Sì», rispondo.

«Mi sa dire che ore sono?», chiedo.

«Le tre e venti», risponde.

Ansia. Mi alzo in piedi: «Devo andare».

«Prego», mi dice, alzandosi in piedi anche lui e indicandomi la porta d’uscita.

«Dov’è il bagno?», chiedo.

«In fondo a sinistra», risponde.

Entro, mi sciolgo la treccia, mi tolgo la tika e il kajal, mi sfilo gli anelli, i bracciali, il sari e i sandali e indosso la canottiera, i jeans e i tacchi. Metto in borsa la fascia e la Barbie: «Ciao, piccola, a domani.» Saluto il commissario.

«Ciao, Mina», mi dice.

Corro, sono in ritardo. Arrivo all’asilo poco prima che chiuda. Ashima e Sandip sono seduti per terra di fianco alla maestra. Gambe incrociate e testa bassa.

«Ashima... Sandip... », ansimo.

Mi corrono incontro, mi abbracciano, una a destra e l’altro a sinistra.

«Hai portato la mia Barbie?», mi chiede Ashima.

«Certo, amore, è qui», rispondo, e la tiro fuori dalla borsa.

«E il mio elefante?», mi chiede Sandip.

«No, tesoro, non ho fatto in tempo a passare da casa...»

Inizia a piangere, di un pianto che potrebbe non finire mai.

«Il mio elefante! Il mio elefante! Il mio elefante!», urla tra un singhiozzo e l’altro.

«Adesso andiamo a prenderlo, calmati, piccolo.»

«Perché non hai portato il mio elefante?»

«Perché non ho fatto in tempo a passare da casa...», mi giustifico.

Strappa la Barbie ad Ashima e la scaglia lontano.

“Troia di una bambola!”, penso.

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