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from the September 2016 issue

Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere

Mio padre smise di essere uno zingaro nella primavera del 1987. Sul come e sul perché prese questa decisione—o, secondo i punti di vista, gli accadde questa cosa—arriveremo più avanti. Ora basti sapere che quando mio padre smise di essere uno zingaro io avevo sette anni e lui trenta, e fra le alter cose, almeno fino a quel punto, avevamo condiviso il fatto di non essere mai stati a scuola. Occorre saperlo non tanto come cenno biografico, quanto per farsi un’idea dell’importanza che l’obbligo scolastico ebbe nel momento esatto in cui mio padre mutò i suoi, e i nostri, orizzonti esistenziali.

La morale di questa storia, invece, è che noi e i gagi non siamo capaci di sopportarci a vicenda. Probabilmente non arriveremo mai a convivere in modo tranquillo. Bisogna essere chiari fin dall’inizio: il colpo di scena, in questa storia, non arriverà.

Mi sembra giusto dirlo.

 

No, non è vero.

La morale di questa storia è che ognuno dovrebbe essere orgoglioso di ciò che è, anche se a volte è difficile, anche se a volte è doloroso. Perché a conti fatti è meglio per tutti.

 

Mio padre smise di essere zingaro pochi giorni dopo la visita al campo di alcuni tizi mandati dalla scuola elementare che stava lì vicino. Io dalla scuola mi ero sempre tenuto rigorosamente a distanza: non avevo idea di cosa accadesse là dentro, e i miei genitori non si erano mai presi la briga di spiegarmelo. Gli uomini e le donne di cui parlo erano accompagnati da certi carabinieri che già conoscevamo per altri motivi (motivi sui quali non è garbato in questa circostanza soffermarsi più di tanto). Si presentarono dunque nel marzo del 1987 per conoscere dai miei più prossimi parenti quali fossero le ragioni della mia renitenza scolastica.

I quattro carabinieri stavano vicini tra loro, a due a due, davanti a tutti. Quello più alto bussò alla porta della nostra kampina, da secoli in attesa di sistemazione, dato che stave chiusa per miracolo. Avevo cercato di dire a mio nonno Roman che, prima o poi, sarebbe stato il caso di dare una risistemata alla nostra roulotte, ma lui mi aveva sempre risposto: «Quando sarà il momento, quando sarà il momento», dandomi pacche sulle spalle e ritornando a fumare la pipa.

Non c’era da essere granché ottimisti, quel momento non sarebbe arrivato tanto presto.

Comunque il carabiniere alto bussò alla porta della kampina e io lo vidi appena in tempo. Corsi a nascondermi all’interno del barile per la raccolta dell’acqua che avevamo sistemato lì a fianco: sapevo che era vuoto perché l’acqua la usavano anche altri uomini del campo, oltre al nonno e a papà, per radersi al mattino.

Il carabiniere alto dovette bussare tre volte prima che arrivasse nonno Roman, da dietro la carovana, per vedere chi fosse a fare quel baccano. Prima che giungesse quella gente il campo era, come sempre, pieno di donne che andavano avanti e indietro portando ceste e mastelli di vestiti da lavare o da asciugare, e di uomini che discutevano della variabilità delle stagioni facendosi la barba proprio nel mezzo del cerchio formato da sei kampine, dove erano stati sistemati—chissà perché proprio lì—una cassetta di legno e uno specchio rotto che utilizzavano come toilette. Dopo l’arrivo di tutti quei gagi, invece, il campo si svuotò in un battibaleno, secondo la vecchia regola che vuole carabinieri e poliziotti portatori di brutte notizie ogni volta che mettono piede nei campi dove abitiamo noi.

«Forse che tu bussi tanto, ma non c’è mica nessuno» disse il nonno al carabiniere alto.

«Abbiamo sentito dei rumori venire da dentro e quindi di sicuro qualcuno c’è» intervenne il carabiniere basso che stava dietro al carabiniere alto.

«A volte queste maledette roulotte moderne cigolano, scricchiolano, fanno rumori di giorno e di notte, anche se dentro non c’è nessuno. Sono fatte così, è roba vecchia, noi siamo poveretti» rispose il nonno, assumendo quell’aria lamentosa e supplichevole che tante volte avevo visto fare a mia madre quando mi capitava di accompagnarla in città a manghél.

«Non ne dubito» lo interruppe il terzo carabiniere, né alto né basso, che fino ad allora se ne era restato in disparte. «Eppure le dico che lì dentro qualcuno ci deve essere, visto che abbiamo anche sentito delle voci. E le roulotte non parlano, di solito» concluse.

Il nonno allora appoggiò un orecchio alla porta. Proprio in quel momento sentii anche io la voce di mio padre bofonchiare qualcosa riguardo a qualcuno che stava alla porta e che sarebbe stato meglio tacere per vedere se se ne fosse andato (bofonchiare a voce alta è una delle caratteristiche principali di mio padre). Il nonno si girò verso i carabinieri.

«Lo sente che qualcuno c’è?» disse il carabiniere alto.

«Già, già» rispose il nonno.

Poi si voltò nuovamente verso la kampina e sferrò un gran calcio sulla porta di lamiera, sbraitando qualcosa in quella strana lingua che conosceva lui e che i miei genitori capivano ma non parlavano. A me nessuno l’aveva mai insegnata.

«Vieni fuori, buffone. Lo sanno che ci siete . . . Si trattano così i carabinieri?» urlò poi ancora più forte, questa volta in italiano, ammiccando ai militari.

Infine se ne tornò da dove era venuto e cioè sulla sua sedia di plastica dall’altra parte della kampina, dove era solito trascorrere la mattina a contare la auto che passavano veloci sulla provinciale, seguendo il tracciato del grande canale di irrigazione proprio davanti al nostro campo.

Io, dalla mia postazione, sollevai un po’ la testa, giusto per mettere fuori un pezzetto di fronte e capire, senza correre troppi rischi, cosa stesse succedendo.

A quel punto mio padre aprì la porta. Fu costretto.

Avrei voluto che non si fosse ai carabinieri in quel modo. Non so perché. Io ci ero abituato, ma qualcosa mi diceva che venire fuori in maglietta e mutande in quel momento non era la scelta giusta. Dietro di lui, mia madre, che normalmente è una donna cui piace ridere, già in lacrime e a mani giunte, nell’atto pietoso tipico di quando ci presentiamo a tutti quelli che non sono dei nostri (soprattutto alla gente in divisa).

«Lei è il signor . . . ?» disse il carabiniere alto davanti alla porta.

«Noi non abbiamo fatto niente, è tutta invidia della gente cattiva che ci vuole male» lo interruppe subito mia madre.

«Sta’ buona lì, donna» disse mio padre passandosi una mano sui capelli lunghi e assumendo un’aria attenta e uno sguardo profondo.

S’atteggiava. Come se quello che aveva da dirgli il carabiniere alto fosse la notizia più importante di tutta la sua esistenza. Sembrava non curarsi del fatto che la mano che stava porgendo al carabiniere in segno di saluto fosse la stessa che aveva sin lì utilizzato per grattarsi ripetutamente il culo.

«Sta’ buona lì, donna, ché non abbiamo fatto mica niente. Ché noi siamo gente brava, che non disturba gli altri, noi.»

«Lei lo sa dov’è suo figlio in questo momento?» chiese a questo punto una donna alta, secca come uno degli alberi che fanno da confine al campo dalla parte opposta alla strada.

Fino a quel momento la donna era rimasta in disparte, insieme a un paio di altri uomini mai visti prima che avevano tutta l’aria di essere funzionari di qualcosa.

«Quel delinquente briccone fannullone se lo becco gliele suono cos’ha combinato questa volta?» disse subito mio padre tutto d’un fiato.

Mia madre alzò immediatamente il tono e il volume delle sue lamentazioni. «Noi glielo diciamo sempre che deve fare il buono e che non deve dare fastidio alle persone» disse quasi buttandosi ai piedi del carabiniere alto, che fece un passo indietro.

«Ma quello niente, non ci dà retta. Ah, ma quando lo trovo questa volta sente la cinghia, ah, perdio, se la sente. La sentirà tanto che poi non potrà andare in giro per due settimane, a fare i guai che combina di solito» concluse mio padre. Poi aggiunse, a voce ostentatamente alta: «Hai capito, Damian. È meglio se non ti fai vedere in giro, ché se ti acchiappo per te è finita».

Io lo sapevo che era tutta una messa in scena, perché era una cosa che avevamo già provato altre volte. Mio papà non aveva mai usato la cinghia come invece sapevo che facevano i padri di alcuni amici miei. Quella volta l’interpretazione gli riuscì piuttosto bene, tanto che la donna alta e secca emise un grido di disapprovazione e per poco non svenne.

«Ha sentito? Avete sentito? Ecco cosa accade qua dentro a quei piccoli sventurati» disse la tizia, rivolgendosi ai suoi colleghi rimasti in disparte.

«Nonno! Nonno!» gridava intanto mio padre.

Nel frattempo al campo era ripreso il consueto viavai, perché tutti avevano capito che per quella volta i carabinieri erano lì per noi: per gli altri non c’erano problemi. Era come se dalle kampine si fosse levato un contemporaneo sospiro di sollievo. Tutti avevano ricomiciato a occuparsi dei fatti propri.

Il nonno arrivò di nuovo davanti alla kampina, camminando lento e fumando la sua pipa di legno verde.

«Che vuoi? Sbrigatele da solo le tue faccende» disse il nonno a mio padre.

«Hai visto Damian qua in giro?» chiese papà.

«E lo chiedi a me?»

«E a chi lo devo chiedere? Siete sempre insieme voi due.»

Trascorrevo infatti un sacco di tempo con mio nonno Roman. Non facevamo niente di particolare insieme, semplicemente mi piaceva mettermi a sedere ai suoi piedi e stare lì, fermo, al sicuro. Il nonno non era un tipo chiacchierone. Poteva anche capitare di aspettare un’ora intera in silenzio, mentre lui armeggiava con la pipa, spostava la sedia avanti e indietro alla ricerca della posizione più comoda su quella terra sconnessa che, con qualche esagerazione, mio padre chiamava il «nostro giardino», e guardava verso un punto dell’orizzonte, al di là del filare di alberi. Poi, improvvisamente, capitava che nonno Roman spegnesse la pipa, picchiettasse il tabacco sulla suola della scarpa e, schiarendosi la voce, raccontasse di tempi lontani che sapeva solo lui. Io potevo soltanto immaginare che ci fossero state epoche in cui a noialtri abitanti del campo era consentito vivere con dignità—diceva proprio così, il nonno, con dignità—mentre andavamo su e giù, con le nostre tende e le nostre kampine, e nessun posto era il nostro posto, e nessuna felicità era felice come la nostra. Potevo solo immaginarlo, perché la realtà dei miei giorni era ben diversa e dai gagi era meglio stare lontani.

«E smettila di raccontargli tutte queste balle» commentava sempre, alla fine, mia nonna Luce. «Che poi quello si riempie la testa di cose che non sono mai successe e si crede chissà chi. Sono tanti di quegli anni che gli lavo la roba e gli faccio da mangiare» diceva parlando del nonno, «che non mi ricordo neanche più quanti sono e lui mai che abbia fatto di più che starsene seduto a fumare la pipa.»

Allora, per non stare a discutere con Luce, il nonno si alzava dalla sedia e se ne andava a fare un giro, magari a trovare certi suoi amici che avevano la kampina proprio dall’altra parte del campo o, comunque, sufficientemente lontano dalla portata della nonna.

«Non lo so dov’è Damian» rispose il nonno a mio padre. «Saranno secoli che non lo vedo qua in giro» aggiunse guardando proprio verso il bidone dentro cui stavo nascosto.

«Mai una volta che sei di aiuto» disse mio padre, andando verso di lui con fare minaccioso.

«Tu non devi nemmeno provare a parlarmi con quel tono» gli rispose mio nonno prendendo a prestito il ciocco di un piccolo tronco che mio padre avrebbe dovuto preparare per la stufa ormai da una settimana (lavoro che aveva rimandato ogni volta al giorno seguente, finché la temperatura non si era alzata rendendo inutile il ciocco di legno).

«Non è colpa mia se non sai nemmeno farti rispettare da tuo figlio» disse ancora il nonno.

Mio padre divenne tutto rosso in faccia, ma dovette tornare sui suoi passi.

Il nonno riprese silenziosamente la via dalla quale era arrivato.

«Non crede che, nel frattempo, mentre stiamo qui a discutere, sarebbe il caso di infilarsi un paio di pantaloni e rendersi più presentabile?» disse allora il carabiniere alto mentre mio padre si aggirava per il campo in mutande.

«Donna!» gridò lui rivolgendosi a mia madre, che aveva approfittato della confusione per sgattaiolare nuovamente dentro la kampina. «Portami fuori un paio di brache.»

«Quali?» si sentì urlare dall’interno.

Mio padre, imbufalito, si infilò come una furia dentro la roulotte e sbatté la porta talmente forte che, dall’esterno, si sentirono le bottiglie che stavano sul tavolo—perché sul nostro tavolo c’erano sempre bottiglie di ogni tipo—cadere per terra.

I carabinieri e gli altri presenti rimasero in silenzio in mezzo al nostro cortile. Non potevano sapere, infatti, che mio padre possedeva un solo paio di pantaloni e che quindi la cosa si sarebbe risolta in breve tempo. Cioè: mio padre possedeva un solo paio di pantaloni che avrebbe potuto usare in un’occasione, diciamo così, ufficiale.

Come quella.

Me li ricordo benissimo: erano pantaloni di velluto a coste larghe, marroncini, scampanati in fondo, che lui giudicava straordinariamente eleganti perché avevano la piega sul davanti. Per questo motivo quelle brache erano da sempre state designate come i pantaloni della festa, quelli da indossare nelle grandi occasioni, si trattasse del matrimonio di un parente o della visita ai capannoni della manutenzione del Comune per chiedere un po’ di ghiaia, utile a coprire le buche che si creavano al campo quando pioveva.

Gli altri pantaloni di mio padre erano all’epoca tre paia di vecchi jeans scoloriti, tutti irrimediabilmente tagliati in vari punti della gamba: uno appena sopra la caviglia, che dava l’idea che avesse appena subito un allagamento in casa; un altro appena sotto il ginocchio, che lo rendeva più giovane di quanto in realtà non fosse; e un ultimo tagliato drammaticamente a livello inguinale, usato solo nelle giornate più calde. Ecco perché la domanda di mia madre «quale?» lo aveva fatto incazzare a tal punto: perché uno, e uno solo, era il pantalone che poteva essere utilizzato per l’occasione. Infatti, dopo pochi e rumorosi minuti, papà se ne tornò fuori dalla kampina vestito di tutto punto, con la maglietta bianca preferita e i pantaloni di velluto marroncini.

«E quindi stavamo dicendo . . .» disse ai carabinieri.

«Veramente non stavamo dicendo un bel niente» rispose il carabiniere basso. «Noi le abbiamo chiesto di suo figlio che, ci pare, lei non sa nemmeno dove si trovi in questo momento.»

«Ho già detto che appena lo prendo gli farò capire che deve a suo padre il rispetto dovuto.»

«Non è per questo che siamo qui» intervenne nuovamente la donna secca. «Almeno, non per stuzzicare le sue manesche maniere.»

«Ma si può sapere chi è questa qui?» chiese allora mio padre non degnando di uno sguardo la donna e rivolgendosi direttamente ai carabinieri, di cui riconosceva l’unica autorità.

«Questa qui» si intromise uno degli altri uomini presenti «è, o meglio, sarebbe dovuta essere l’anno scorso, la direttrice della scuola di suo figlio. Sempre che lei sappia che cosa sia una direttrice e, soprattutto, sia a conoscenza del fatto che nel nostro Paese i bambini devono andare a scuola e non a elemosinare in strada» concluse.

Mai elemosinato in strada in vita mia. Solo accompagnato qualche volta mia madre.

«Mio figlio non ha mai elemosinato in nessuna strada» disse infatti mio padre trattenendosi a forza dalla tentazione di aggredire fisicamente l’uomo. I carabinieri gli si pararono davanti, prendendolo per una spalla.

«Lasciatemi» disse loro. «Non ho intenzione di stare qui a farmi prendere per il culo da questo qui.»

«Non è una questione di prendere o non prendere per il culo» lo interruppe il carabiniere basso. «Il fatto è che tu non hai mandato a scuola tuo figlio e noi ci abbiamo messo due anni a scoprirlo, ma alla fine siamo arrivati. Damian dovrebbe frequentare la seconda elementare, invece non ha ancora fatto un solo giorno di scuola. Quindi i casi sono due: o, entro una settimana, tu cominci a mandare tuo figlio a scuola, oppure saremo costretti a venire qui a prendere atto che non sei in grado di badargli. E allora dovremo farcene carico noi» concluse il carabiniere, in tono calmo ed educato, ma deciso.

Mio padre rimase zitto per un po’.

«Voi non avete nessun diritto di togliermi mio figlio» disse poi. «E io posso andarmene via di qui quando voglio e allora arrivederci a tutti quanti.»

«Una cosa del genere non la può fare perché ormai abbiamo preso nota del suo caso e dovunque vada il suo bambino dovrà andare a scuola» disse la donna.

«Nessuno è mai venuto ad avvertirmi di niente. Se lo avessi saputo prima Damian sarebbe andato a scuola come tutti» mentì mio padre.

Sapevo per esperienza che quella bugia rappresentava l’ultima difesa di mio padre, che non era abituato a mentire perché preferiva risolvere le cose con la forza (quella della ragione oppure quella fisica).

«Bene, allora» disse il carabiniere alto, «vuol dire che adesso lo sai e che entro una settimana provvederai a mandare tuo figlio alla scuola elementare D’Annunzio . . .»

«Che sarebbe?» chiese mio padre.

«La scuola elementare che c’è dall’altra parte della città.»

«Ma che, siete scemi?» protestò mio padre. «C’è un’altra scuola qua vicino, lo so bene.»

«Primo: tu non sei nella posizione di chiamare “scemo” nessuno. Secondo: se sai che c’è una scuola qua vicino come mai non ti sei mai preoccupato di mandarci tuo figlio? Terzo: attento a come parli perché qua non sei mica tu a decidere» gli risposero i carabinieri.

Mio padre si tranquillizzò, leggermente.

«E bravi che siete. E allora ditemi come ci arriva Damian dall’altra parte della città: non c’ho mica la macchina, io . . .»

«Stai tranquillo. Lo passano a prendere loro con il pullmino. Tu e tua moglie dovete solo farlo trovare pronto, da lunedì prossimo, alle sette di mattina in punto.»

Mio padre rimase pensieroso. Sapevo esattamente quali calcoli stava facendo nella sua testa. Se si fosse rifiutato di mandarmi a scuola questo avrebbe comportato quanto meno l’obbligo di andarcene dal campo, con la brutta sensazione, in più, di sentirsi in qualche modo braccati, come gli avevano fatto intendere i carabinieri. Viceversa, mandarmi a scuola non creava alcun problema, se non per il fatto che era momentaneamente a corto di spiccioli per comprare libri e matite e tutto ciò che nella sua testa era abbinato all’idea di scuola che gli avevano tramandato.

«E i soldi? Chi me li dà i soldi per comprare le cose che gli servono per andare a scuola?» domandò alla fine.

«I libri non si pagano» disse allora la direttrice. «E per il resto ci pensiamo noi.»

«A mio figlio ci voglio pensare io» le rispose con orgoglio mio padre.

«Come vuoi. Per noi l’importante è che lunedì Damian sia al suo posto, in classe» dissero i carabinieri.

Mio padre annuì con la testa.

«Tutto qui?» chiese alla fine, già con un piede dentro la kampina.

«Tutto qui» rispose il carabiniere alto. «Tu fai il bravo e non succederà niente.»

Mio padre rientrò.

I carabinieri e tutti gli altri si guardarono intorno ancora per un po’. Di nuovo il campo si era fatto deserto, come fosse disabitato da tempo. Anche dalla mia kampina non si sentiva arrivare più alcun rumore. C’era tanto silenzio che sentivo il mio cuore battere fortissimo. Quel tambureggiare mi rimbalzava direttamente nelle orecchie e mi riempiva la testa e sembrava che il mondo intero fosse fatto unicamente da quel suono. A volte mi capitava di provare la stessa cosa al buio, certe notti che non riuscivo a prendere sonno, quando l’unica cosa che sentivo era il ticchettio della vecchia sveglia che tenevamo in cucina, sopra un piccolo televisore a colori. Una sveglia che di giorno nemmeno si sentiva, ma che di notte faceva un rumore fortissimo. Ecco come batteva il mio cuore quel giorno di marzo 1987. Nascosto nel bidone, assistetti impotente alla peraltro onorevole resa di mio padre e al patto che mi legava a un qualcosa che si chiamava scuola e che io, giunto serenamente alla mia età, avevo sentito nominare solo nei racconti schifati di alcuni ragazzi del campo, più grandi di me.

«Ora per te cominciano i guai» sussurrò il nonno, improvvisamente.

Alzai lo sguardo e vidi che si era seduto a fumare la pipa di fianco al bidone.

«Come facevi a sapere che ero qua dentro?» domandai.

«Eh, mio caro. Io ho tanti di quegli anni che riesco a vedere cose che gli altri non vedono. E poi, se proprio vuoi saperlo, ti avevo già visto altre volte usare questo bidone come nascondiglio.»

Ero stato scoperto. Tanto valeva venire fuori. Intanto se ne erano andati tutti, i carabinieri, la direttrice e gli altri uomini. Mi sollevai, facendo uscire dal bidone tutta la testa e una parte del busto.

«Quali guai?»

Mio nonno mi guardò. Tirò una boccata dalla pipa e disse: «Voglio dire che ti toccherà crescere in fretta. E lo farai. Come hanno fatto tutti quelli che prima di te hanno messo piede fuori del campo per obbedire alle leggi dei gagi. Ma io ho fiducia, davvero».

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