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from the September 2016 issue

Ascoltare il silenzio

Amo vestirmi di parole—indosso metafore, allegoria, ironia—ma da quando sei entrato nella mia vita, amore mio, il mio soprabito preferito è un mantello di seta color tramonto infuocato fatto di silenzio. Le sue soffici pieghe permettono ai miei pensieri—pensieri di donna, di migrante, di madre – di fluire in un caldo ventre liquido dove il linguaggio si scioglie fino a diventare brodo primordiale e dove l’unico rumore è il sorriso del Creatore mentre srotola il suo contratto preliminare con l’umanità. Nel silenzio posso spogliarmi dalla pesante armatura che le parole indossano per proteggere il loro cavaliere—identità, appartenenza, alleanza.

Nel silenzio, le parole sono apsara—creature divine della mitologia indù—che ballano per il dio dell’amore. Nel suono diventano flaccide cortigiane dal passo pesante. Ma so che dovrò arruolare al mio servizio quel esercito chiassoso raramente fedele al suo re. E come ogni sovrano che cerca di sopravvivere ai complotti, dovrò imparare dosare astuzia, saggezza, insicurezza, ipocrisia e crudeltà, prima di trasformarli in acustica.

Prima di te non mi sono mai posta il problema della lingua. Nella mia madrepatria, l’India, la poligamia linguistica è la norma. Anche i meno istruiti masticano due o tre idiomi, e molti mescolano il tutto in un unico boccone ruttando un piccante masala in cui l’inglese scolastico viene finemente pestato per privarlo dell’accento colonizzatore e man mano vengono aggiunte manciate di hindi, di punjabi, di urdu . . . Quell’amalgama di suoni profuma di me. Tradurmi in un unico sapore, mi rende incompleta.

Per i primi due anni del mio soggiorno in Italia, l’inglese mi è bastato perché frequentavo solo altri stranieri. Per il resto, la moderna vita occidentale ha eliminato la necessità di dialogo. Dal supermercato, alla lavanderia a gettoni, dal parcometro al distributore automatico delle medicine—l’uomo contemporaneo può trascorrere un’esistenza intera senza mai aprire bocca.

La decisione di mio marito Prakash di prolungare il contratto alla SISSA, la Scuola di Matematica Avanzata di Trieste, venne presa sulla scia dell’attacco terroristico di Mumbai. Io, orfana di madre dall’età di sedici anni sapevo che quell’orrendo 26 novembre del 2008 avrebbe significato che in quanto mussulmana ora sarei rimasta anche orfana di madrepatria. Il mio paese natale sarebbe ripiombato in una guerra fratricida distruggendo l’esistenza di quelli come me e Prakash—una coppia mista—due che credono fermamente che l’unico rimedio all’intolleranza è l’amore. Quindi optammo per restare all’estero e trovammo un piccolo appartamento in una pittoresca zona della città vecchia a Trieste e io mi rimboccai le maniche per pulire i mobili dalle impronte di altri viandanti, arabescandoli con il lucido delle mie speranze. La nuova residenza implicò anche uno sforzo affinché l’italiano diventasse la mia nuova lingua franca, la lingua dei mercatini ortofrutticoli, della burocrazia, delle opinioni meteorologiche scambiate con i vicini di posto in autobus. L’inglese retrocesse a mezzo di lavoro, mentre il mio India-masala rimase il profumo della dimensione domestica. Solo in quest’ultima rimuginavo sullo sradicamento.

Che mia suocera nutrisse solo rancore nei miei confronti fu ovvio sin dall’inizio. Ma per amore di suo figlio, ignoravo le sue malvagie insinuazioni su come io, mussulmana e orfana, avrei adescato Prakash, sottraendo alla comunità indù un brillante scapolo, e a lei, una dote strepitosa da sperperare in vestiti e gioielli. Un giorno, dopo un battibecco particolarmente acceso in cui mi accusò di essere sterile—e di averlo sempre Saputo—replicai che lei non sapeva distinguere tra l’amore e la tirannia. In risposta, quella sera lei presentò al figlio la fotografia di una mia possibile sostituta e il numero di telefono di un avvocato divorzista. Vedendo il volto di una giovane donna dalla carnagione chiara ritenuta idonea per le esigenze di casta e non di cuore, quella sera stessa Prakash compilò online dieci domande per una borsa di studio in matematica applicata all’estero. Risposero entusiasti dalla SISSA di Trieste e nel giro di una settimana partimmo per una città che fino a ieri non avremmo saputo indicare sul mappamondo.

Alla partenza piangemmo tutti. La suocera per la battaglia persa, Prakash per sollievo, io per la grande prova d’amore. Mi dispiacque lasciare il mio lavoro da giornalista per una nota rivista femminile di Delhi, ma la direttrice mi disse che potevo mandare dei contributi via mail e questo attutì un po’ lo shock della perduta indipendenza economica. Tuttavia non avevo messo in conto che alla distanza fisica segue un distacco intellettivo e elettivo. Da lontano, riuscii a trasmettere solo fatti, non più emozioni, e per rispetto dei lettori, cessai la collaborazione. Accortosi del mio disagio, Prakash mi incitò a realizzare il mio sogno nel cassetto, quello di scrivere un romanzo storico.

Sistemata nel nuovo appartamento gli diedi retta e l’esito mi lasciò senza fiato. Ero convinta che avrei scritto nella lingua di Shakespeare. Ma fu così solo quando scrivevo commercialmente. Se scrivevo per piacere, usavo un curry anglo-indiano. E se avevo l’esigenza di scrivere una poesia, questa nasceva solo in urdu, una lingua che pensavo d’aver del tutto perduto dopo la morte dei nonni materni. Con il tempo avrei capito che le poesie si possono scrivere solo nella lingua della felicità. Per me era sinonimo di quella degli antichi poeti persiani che sapevano plasmare una

facoltà umana in una dimensione celeste. Il mio urdu è la voce di mio nonno che recita Faiz, l’immagine della nonna che appoggia la testa sulla spalla del consorte e sussurrando, ripete le parole come se fossero un incantesimo. È la magia. La magia delle serate di soffice pioggia che foderava il nostro giardino ancestrale di smeraldo liquido, distillando il profumo delle rose finché l’aria satura di piacere e la terra rossa inebriata di desiderio, sospiravano all’unisono. Io ero ancora una farfalla che svolazzava nell’arcobaleno dell’infinito quando, seduti sulla veranda a Julunder, nel Punjab, i miei nonni si amarono con gli sguardi e soprattutto con la voce. Mia madre nacque dall’alchimia della poesia. Me la trasmise con il suo latte, anche se dalla sua bocca non uscì mai più un verso da quando, assieme a centinaia di migliaia di persone innocenti, fu costretta a scegliere, in quella che fu una delle più traumatiche e barbare scelte per l’umanità.

Nel 1947 l’India venne scissa in due. Mia madre aveva sei anni—un’età per imparare la poesia, non per dimenticarla. I nonni mussulmani decisero di rimanere lì dov’erano nati—nella terra che una volta era di tutti, ma che ora veniva decretata la patria degli indù. Pagarono il prezzo altissimo dell’isolamento sociale, del pignoramento dei loro terreni, del silenzio. Impararono a soffocare l’urdu per compiacere i nuovi padroni. Trasferitasi a Delhi dopo il matrimonio, mia madre non si è mai rivolta a me nella lingua in cui è stata concepita. Ho imparato i suoi melliflui segreti solo quando sono tornata a vivere con i nonni per un breve periodo dopo il trapasso dei miei genitori. In quel breve frangente di quiete tra due temporali mi riappropriai di quella lingua che mia madre aveva forse amato quando l’umanità era ancora rispettosa di Dio, di un dio poliglotta e pluriforme, e aveva rinnegato quando si rese conto che al mondo di credenti ce n’erano troppo pochi. Ma queste sono vecchie cicatrici che ho nascosto sotto le faccende e le fatiche del quotidiano. Comunque, se è vero che la poesia è la lingua dell’anima—beh, allora, grazie ad una nuova terra, grazie ad una vita diversa e ad una esistenza non più condizionata dalle esigenze di fede e di famiglia—scopro che la mia anima è un giardino di rose persiane.


Io e Prakash siamo qui per restare. La mattina ci diverte bere un dolcissimo e schiumoso cappuccino e abbiamo cominciato a salutarci con un ciao. Abbiamo anche comperato due bellissimi cappotti. Finché ti senti di passaggio pensi che non valga la pena investire in una lingua nuova. Non investi nemmeno in un guardaroba adatto. Io finora sono andata in giro in abiti tradizionali, ma non per nostalgia. Il meglio del mio mondo antico me lo sono portato dentro di me. Tutto quello che non trova spazio nel mio petto è superfluo. Strano ma vero, è fuori dall’India che sento davvero il battito dell’India, che la amo, che la sono. Immersa nella sua realtà quotidiana avevo cominciato ad odiarla. Faccio parte forse di quel gruppo di indiani anacronistici, il cui cuore rifiuta di entrare negli sfarzosi templi costruiti in onore dei soldi e del successo—le uniche divinità universali adorate dai contemporanei. L’India che ho lasciato sembra aver svenduto la sua storia, le battaglie di Mahatma Gandhi e l’insegnamento di Swami Vivekananda. Sono venuta via da un mondo smanioso di opportunismo, sperando di trovare un mondo ancora pervaso di opportunità.

Sarebbe sbagliato affermare che in Italia abbiamo trovato l’eldorado. Prakash ed io abbiamo costatato che anche qui l’humus è stanco, concimato chimicamente fino a diventare quasi sterile—un giardino di diritti sommerso dall’erbaccia, con i guardiani, i giardinieri della cultura costretti al prepensionamento. Lasciando la mia patria, dopo un primo periodo in cui ho voltato le spalle a quell’universo in cui non mi riconoscevo più, mi sono anche resa conto delle sue ricchezze. Ma non ho un cuore pieno di rammarico. Non ho una bocca nostalgica. Ho le corde vocali ansiose di vibrare di nuove note. Galoppo in inglese, sono un derviscio vorticoso in urdu, l’hindi è il mio kamasutra. In italiano procedo ancora carponi, ma presto mi alzerò in piedi, poi un giorno mi metterò a correre. E per te, solo perché ora ci sei tu, forse mi farò spuntare persino le ali. Il primo seme d’integrazione l’ho piantato nove mesi fa. Sei tu. Sarai figlio mio e di tuo padre, ma anche di questo suolo. Nel mio ventre, le mie arterie diventate corde di sitar ti hanno cullato con i raga di Tansen. Nel mio respiro hai sentito un concerto di bansuri—il flauto traverso amato dal dio Krishna. Allah accompagnato dagli angeli di ogni colore e credo ha benedetto ogni goccia di sangue che ti nutriva. E per completare il lavoro il mio essere madre ha filtrato il suono dell’amore da quello dell’odio che rende torbida l’esistenza umana. Tu hai aspettato anni prima di venirmi a cercare. Hai voluto che trovassi la mia indipendenza e il mio equilibrio prima di illuminare il mio ventre con il tuo sorriso. Sapevi che la maternità esige serenità e che solo un bimbo sereno può costruire un mondo di pace.

Ero al corso preparto del Consultorio quando la domanda che mi frullava in testa dal momento in cui sei stato concepito è diventata manifesta. Distesa per terra a fare yoga con una decina di altre mamme—due delle quali straniere come me, la musica della foresta amazzonica che usciva dallo stereo è stata sormontata dalla voce dell’ostetrica: «In che lingua vi rivolgete al figlio che portate dentro di voi?».

Nella lingua dell’amore, ho risposto io, tra lo stupore di tutti. La mia compagna di corso romena, sposata con un italiano ha detto che si sarebbe rivolta al suo nascituro nella sua madrelingua. La nostra amica turca gliel’ha sconsigliato. Troppi bambini nati all’estero crescendo si vergognano dei genitori che non parlano bene la lingua del paese ospite, ci ha avvertito. Essendo autoctone, le altre donne non si erano mai poste il problema.

Ho letto tanto sull’argomento. Saggi, ricerche, romanzi. Ho sentito testimonianze, assistito a conferenze—in Inghilterra, in America e in Italia. I figli degli immigrati crescono tra più culture e più lingue, ovviamente doppiamente ricchi, ma anche doppiamente confusi, a volte molteplicemente infelici. Gli ostacoli che io e te incontreremo lungo la nostra strada sono stati vissuti da milioni di persone che si spostano come il vento, in ogni direzione. È questo vento della migrazione che sta lentamente erodendo l’arrogante stanzialità della montagna che crede di aver diritto assoluto al suolo che occupa. È la forza del vento che sbriciolerà la roccia in sabbia, offrendo ad ogni granulo uguale opportunità e la medesima dignità.

***
Alcune coppie fanno figli per colmare la solitudine, per riempire i silenzi. Io, la solitudine la colmo con le parole—con la poesia, con i personaggi a cui do vita nei miei racconti. Io ti ho voluto perché il mio ventre sentiva la tua mancanza, perché il mio sangue mormorava il tuo nome, giorno e notte. Ma sono consapevole di non essere altro che il ricettacolo messo a disposizione della tua anima dal Creatore. Il Sommo Maestro ci ha voluto allievi della stessa scuola di mosaico; lavoreremo fianco a fianco, incollando tessera dopo tessera, per creare un disegno che certamente non sarà perfetto, ma che sarà senz’altro unico. Nostro. La colla che userò sarà quella dell’amore incondizionato. Cercherò anche di rafforzarla con la pazienza. Ma so che avrò bisogno anche di una base linguistica perché una volta venuto al mondo, nel frastuono del quotidiano perderai il dono della telepatia.

Che lingua devo scegliere per amarti, per incitarti e rispettarti, mio tesoro? Ironia della sorte, questo paese in cui sei nato e che celebra quest’anno il centocinquantesimo anniversario della sua unità, ti ha dato un benvenuto in una lingua straniera. Era Michael Jackson che intonava Black or White alla radio nella sala parto. È stato seguito da Mino Reitano che cantava il suo amore per la patria. Quanti segni per uno che è superstizioso! Quanta titubanza. Quanta paura. Alterno smodata gioia con previsioni nefaste. Nella mia sfera di cristallo purtroppo vedo che fino alla maggiore età il Bel Paese ti nutrirà di illusioni d’appartenenza. Per quasi quattro lustri crescerai sentendoti indiano forse solo di pelle. Preferirai la pizza ai paratha, Rosi a Ray, e conoscerai Pascoli meglio di Tagore. Per non complicarti la vita, non interferirò con le tue scelte. Sarò la tua àncora, ma mi nasconderò sotto la sabbia dell’Adriatico per non farti sentire il mio peso. Per renderti felice e far sì che tu non debba mai vergognarti d’avere una mamma ‘diversa’, imparerò a cucinare la pizza, andrò al cinema, studierò i classici. Speriamo che non sia invano. Speriamo che non arrivi la doccia fredda di sapere che dopo tutti i nostri sacrifici per alcuni conta solo un pigmento. Ahimè, se non cambiano le cose, la vedo dura. Puramente per la tua ancestralità, l’Italia ti negherà una patria e un passaporto. Arrivato alla maggiore età mi auguro che non pignorino la tua affiliazione culturale, la tua alleanza

identitaria perché a quel punto, se la politica metterà all’asta tutte le tue certezze, forse rimprovererai tua madre per non averti fatto investire nella cultura dei tuoi avi.

Amore mio, l’incubo di ogni madre è quello di sbagliare. Per poco amore. Per troppo amore. Per inesperienza, arroganza, fragilità. Per il semplice fatto di essere umani. L’istinto di una madre dovrebbe dirle quello che è giusto, ma l’istinto di una brava madre è punteggiato da mille dubbi. Dalla mia placenta hai assorbito il canto del Brahmaputra, ma temo che venuto al mondo quelle antiche melodie ti sarebbero straniere. Nel mio latte hai sentito ridere il Kunchenjunga innevato solleticato dai monsoni, ma crescendo tu non rideresti, né di commuoveresti per le stesse cose. Figlio mio, stringendoti tra le braccia mi interrogo su che lingua ti devo parlare. E soprattutto mi chiedo: tu come mi risponderai?

I miei seni straripano di incertezze. Ma tu, placido come un lago di loti, sembri accettare quel nutrimento interrogativo. Frantumarlo. Digerirlo. Eliminarlo. La tua esistenza non è ancora stata contaminata dalla paura della diversità.

Succeda quel che succeda figlio mio, ricordati che tuo padre ti ha benedetto in sanscrito. Le infermiere ti hanno detto ciao. E ora che hai aperto gli occhi, riconoscendomi per la prima volta come entità da cui ti sei scisso, in un flash nei tuoi occhi ho letto tutti i libri di tutte le vite che hai trascorso prima di comporre un nuove volume di poesie con me. E ho taciuto.

Farò del mio meglio per imparare una nuova lingua per comunicarti tutto il mio amore—tradotto e intraducibile. Per te diventerò occidentale nell’aspetto e nell’appetito. Mi abituerò ad una colazione dolce, a pranzi meno odorosi. A fine pasto prenderò un caffè al posto di masticare dei semi di finocchio zuccherati. Non sarà un sacrificio, sarà un’evoluzione. Ma sappi che in me una sola cosa non potrà mai mutare: il mio silenzio. Il mio silenzio è, e non può che rimanere, orientale. Non è un silenzio rancoroso o intriso di sfiducia. Non è il mero opposto del rumore. Non implica una chiusura verso un mondo troppo suscettibile e troppo solipsistico. Il silenzio orientale è privo di giudizio, e di conseguenza scevro di dolore. È il silenzio dei swami—un’assenza che implica liberazione dal desiderio e dall’attaccamento, elevazione dello spirito, etere in cui trasmettere sentimenti puri. È l’unica dimensione in cui, in nome dell’amore, l’io può essere scalfito. Quindi, figlio mio, ricorda sempre che quando vorrai davvero ascoltare la voce di tua madre, ascolta i suoi silenzi.

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